Testimonianza della scrittrice Rebecca Walker

Articolo di Rebecca Walker.
Traduzione di Rita Baldassarre - 5 luglio 2009


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Ho conosciuto Michael Jackson nel 1984. Eravamo entrambi ospiti di Quincy Jones e Steven Spielberg ad Amblin, la società di produzione di Steven presso gli studi cinematografici della Universal. L'attrice Whoopi Goldberg si stava preparando a interpretare il ruolo di Celie, la protagonista del film Il colore viola, tratto dal libro di mia madre, e su richiesta di Steven intratteneva gli ospiti con un suo spettacolo. Michael ed io eravamo seduti in prima fila. Il cantante indossava la sua ormai leggendaria giacca rossa con le spallette e i cordoni dorati sul petto, pantaloni neri attillati, calzini bianchi, scarpe nere e — sì, è vero — un solo guanto. Whoopi era divertentissima e a un certo punto mi ha fissato, come per invitarmi a partecipare.
Dopo qualche domanda, mi ha fatto salire sul palco. Non saprò mai perché Michael, in una sala stracolma di celebrità, si avvicinò proprio a me, subito dopo lo spettacolo. Forse perché ero l'ospite più giovane, soli 14 anni, una ragazzina tranquilla con poche ambizioni. Non ero ancora abbastanza grande e con me non doveva dimostrare di essere chissà chi. Forse Michael si rendeva conto che in mia compagnia poteva sentirsi, in un certo senso, completamente libero. Ricordo l'effetto che mi fece vederlo avvicinarsi. Si muoveva lentamente, come un ragazzo «fichissimo», un po' esitante ma sicuro del fatto suo. E poi, con un fil di voce, mi chiese com'ero riuscita a improvvisare tanto bene sul palco. Lui non ne sarebbe mai stato capace, mi confessò. Era troppo nervoso. Ricordo di essere scoppiata a ridere e di averlo preso in giro. Sì che ce la faresti, Michael, e alla grande! gli dissi. Lui scosse la testa e accennò un sorriso così aperto e vulnerabile che avrei voluto abbracciarlo, e probabilmente l'avrei fatto, se non fosse stato Michael Jackson.
Ma era proprio lui e io non sapevo come fare per superare l'ostacolo della celebrità, che ci spingeva verso i lati opposti di un confine invisibile. Michael era, come si descrisse egli stesso nell'omonimo album qualche anno più tardi, intoccabile. E alla fine penso che sia stato proprio questo ad ucciderlo. Un essere umano non può sopravvivere a lungo senza il contatto dell'altro, non può respirare aria artificiale per troppi anni. Ci restano la musica, i ricordi e la vergogna del nostro voyeurismo narcisistico. Come per tanti fan, anche per me la musica di Michael è stata la colonna sonora della vita, un influsso potente che mi ha aiutato a plasmare la mia identità. Ma poi il suo naso si assottigliò forse un po' troppo e la sua pelle sempre più sbiancata divenne difficile da accettare. Cominciarono a emergere le querele, una dopo l'altra, e poi i processi, e le facce dei ragazzini che raccontavano tristi storie di molestie. Io restavo impietrita davanti alla televisione e navigavo in Internet a caccia di notizie scandalose. Guardavo, deploravo, giudicavo e tentavo con tutte le mie forze di restare aggrappata all'immagine pulita dell'uomo che avevo conosciuto. Ma la sua sorte era segnata. La vita di Michael era già diventata un gigantesco puzzle psicologico.

Non dimenticherò mai il momento in cui ho saputo della sua morte. Michael Jackson, morto? continuavo a chiedere a mio marito. Una parte di me era morta con lui. Quella parte che sperava sempre che Michael potesse continuare a portare il tremendo fardello che lo opprimeva, che mi opprimeva. Quella parte di me che custodiva il ricordo della sua preziosa innocenza, della mia preziosa innocenza. Quella sera ho voluto rivedere una delle esibizioni più straordinarie di Michael su YouTube, sulle note della canzone «What about us». In un crescendo martellante Michael ripete all'infinito la sua domanda angosciata, «E noi? E noi?» mentre il pubblico urla e piange. Senza riflettere, ho distolto lo sguardo dal computer e ho detto a voce alta, «E noi? E lui?». Perché è questa la vera storia: sin dall'inizio si è trattato di noi, esclusivamente di noi. La sua morte ci serve da specchio, e da specchio abbiamo usato la sua vita. Non c'è spazio per Michael. Tragicamente, si tratta ancora, e sempre, di noi. Forse è questa l'ultima canzone di Michael, il suo ultimo dono: avere tutti un cuore più grande, e abbracciare con lo sguardo un orizzonte più vasto. Non è vero che si tratta sempre, e solo, di noi."


N.B: La canzone "What About Us" citata nel testo si intitola in realtà "Earth Song".

2 commenti:

  1. è vero che ho imparato ad amare da poco michael jackson, ma non scorderò mai..mai la sensazione di sciogliermi quando ho visto una sua foto quando sorrideva...sorrideva timido, sembrava un bambino...è il sorriso più bello che abbia mai visto in tutta la mia vita...i love you mj
    questa scrittrice ha ragione...si tratta solo di noi...abbiamo mai pensato a come si sentisse michael quando saliva sul palco, quando affrontava tutte le sue accuse, quando gli palravano alle spalle?? bisognerebbe fare un pensiero su questo, anche se è troppo tardi per dirglielo,dimostrarglielo...

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  2. michael non doveva essere lasciato solo...siamo tutti colpevoli di non averlo aiutato...di non averlo difeso....siamo tutti vigliacchi...

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